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UN PERCORSO NELLA STORIA DEL DESIGN ITALIANO

7 settembre 2017 •

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In Brianza, nei musei di Molteni, Riva 1920 e in casa Cassina

Descrizione itinerario   100km_Icona_Lowcost_OK

w-design_mappaÈ un itinerario di musei quello che vi proponiamo questa volta. Ideale per una gita fuori porta un po’ atipica (che sia il momento del Salone del Mobile o no), e magari anche da spezzare in più mezze giornate: parte prima, seconda e terza. Ma nei musei che vi raccontiamo questa volta non si respira la “solita” polvere, bensì, se di polvere si tratta, si respira profumo di legno e intenso profumo di ingegno!

Vi portiamo nella fertile Brianza, terra di ville magnifiche e di ombrosi giardini. Ma anche terra di creatività nostrana dove, forse anche ispirato dalla bellezza di questo ondulato e verde paesaggio, l’ingegno ha saputo incontrare la maestria di un saper fare antico ma in continua evoluzione.
Stiamo parlando di Design. E di quei grandi marchi la cui storia affonda le radici nell’operosità brianzola (chi non conosce del resto la Lissone del Mobile?).

E per tracciare una tra le tante storie possibili sul Design, vi raccontiamo la storia di tre grandi aziende che qui sono nate e che qui ancora, a dispetto di chi migra lontano, continuano a produrre, fermamente convinti che capacità e inventiva abbiano casa nel nostro Paese: Cassina, Molteni, Riva 1920.

L’antefatto: tutto comincia, guarda caso, da una villa

La Villa in questione è la più grande e sfarzosa della Brianza: la Villa Reale di Monza, dove nel 2014, per raccontare la storia del Design Italiano, Michele De Lucchi ha creato, in collaborazione con la Triennale di Milano, un allestimento molto suggestivo nel sottotetto del corpo centrale. Una carrellata di oggetti che, tra travi di legno e finestre aperte sul giardino, mette in mostra alcuni dei pezzi di Design fra i più importanti dal dopoguerra a oggi: dalla Superleggera di Gio Ponti, alla Lettera 22 di Nizzoli, dalla TV portatile Brionvega alla Sedia per visite brevi dell’ironico Munari, per arrivare alle celebri sedute con sagoma umana di Fabio Novembre, passando per la poltrona Pop Margherita di Gae Aulenti e l’anti-design di Mendini e Sottsass.

Un legame stretto lega la villa al design, perché qui si aprì la Scuola di Arti Decorative che riprendeva il modello del Bauhaus tedesco, abbinando produzione artistica e produzione industriale. Sempre nella villa dal 1923 si svolsero le prime Biennali (poi divenute Triennali) che esponevano le più moderne tendenze in fatto di arti decorative e di architettura.

Pronti partenza via! Si, ma su due ruote…

È qui dunque, nella cornice della villa settecentesca, che si radica il Design italiano, la cui storia decolla, curiosamente non con un arredo, bensì con… una moto. Anzi due! La Vespa  che Piaggio battezza nell’aprile 1946 e la Lambretta  della Innocenti, che vede la luce l’anno dopo. Entrambe nascono per supportare gli italiani durante la ricostruzione postbellica, in un paese le cui strade dissestate per il conflitto, richiedono, per la conformazione tortuosa e collinare del territorio, un mezzo pratico e agile e meno costoso di un’automobile.

I punti di forza di queste due ruote sono riassumibili in quattro parole: semplicità, leggerezza, funzionalità ed economia, oltre naturalmente all’estetica e a un occhio di riguardo per il pubblico femminile , vista la seduta comoda (non da moto, per intenderci). Il modello è americano nell’ispirazione, ma anche nel nome: scooter, dal verbo to scoot: filare, scivolare via, correre in fretta.

L’oggetto “sedia”

Ma dalle moto in poi, il Design italiano è destinato ad affermarsi nell’arredo. In particolar modo saranno le sedute (sedie e poltrone) a costituire un importante banco di prova per gli architetti, che da qui in poi si chiameranno “Designers”. Interpretando la necessità di semplificare sempre di più le fasi produttive e così serializzare oggetti di “buon disegno”, si persegue l’idea, molto democratica a dire il vero, di un design accessibile a tutti. Il processo industriale garantisce bassi costi di produzione. Inoltre permette di introdurre un nuovo modo di assemblare i componenti di un oggetto, come avverrà per la poltrona Lady di M. Zanuso (1951, Arflex) che, a differenza delle vecchie poltrone imbottite fatte in legno e poi tappezzate in stoffa, viene prodotta con pezzi imbottiti e tappezzati in fabbrica, già pronti per l’assemblaggio.

La svolta è epocale! Anche se, a guardar bene, si fonda sul principio elementare dell’utilizzo creativo di materiali semplici, quando non di riciclo, più che si innovazioni tecnologiche. Le imbottiture della Lady furono fatte con la gommapiuma, materiale nuovo che Pirelli stava allora sperimentando nel settore delle sedute per auto. Negli anni difficili dell’immediato dopoguerra in Italia, insomma, la povertà aguzzava l’ingegno! Con questo slancio di inventiva nasceranno in quegli anni alcune delle icone del nostro Design: la Antropos di Zanuso (1949), gli sgabelli Mezzadro e Sella dei Castiglioni (1957), che addirittura, giocando al ready-made, assemblano parti di trattori e di biciclette.

La Brianza e i grandi marchi del design

Le radici storiche del Design non potevano non affondare nel fertile terreno della Brianza. Due i punti di forza di quello che è oggi riconosciuto anche a livello internazionale come “distretto del mobile”: la disponibilità di materia prima, il legno, e di artigiani che sanno laccarlo, tornirlo, intagliarlo e la vicinanza a un mercato, quello di Milano, che chiede prodotti di qualità. In questa zona del resto nacque anche il celebre ebanista che lavorava per Napoleone, Giuseppe Maggiolini, di cui la Villa Reale di Monza possiede una nutrita collezione di tavolini da gioco dagli intagli spettacolari.

Cassina, tutto in un nome

Tra le tante aziende che documentano la storia del design italiano ce ne sono alcune “storiche” che per la qualità dei pezzi ma anche per aver lavorato con grandi designer, diventano parte imprescindibile di un percorso di conoscenza nel Design. Una di queste aziende è senz’altro Cassina, che, fondata nel 1927, celebra nel 2017 i suoi 90 anni di attività. Passano per Meda, sede dell’azienda, molti classici internazionali come la Red and Blue di Rietveld degli anni Venti, la celeberrima collezione LC (Le Corbusier) con la poltrona LC2 e la chaise longue basculante LC4, collezione di cui Cassina comprerà i diritti nel 1964. Sua è anche la libreria pieghevole Nuvola Rossa di Magistretti (1977), o la più recente Wink di Toshiyuki Kita (1980), che rifà il verso a Topolino con le sue grandi “orecchie”, e la poltrona Feltri di Pesce (1987). Ma sono firmati Cassina anche la Superleggera di Ponti (1951-57) o il tavolo Doge di Scarpa (1968). Fino ad arrivare alla sedia 298 che De Lucchi disegna nel 2015 per il Pavillion Unicredit di Porta Nuova.

Se lo showroom dell’azienda dove trovare i pezzi ancora in produzione è in via Durini a Milano, val la pena di segnalare che si può accedere anche a quello di Meda, che si colloca proprio accanto agli stabilimenti e che riassume la storia del Design.

L’eleganza di Molteni: “less is more”

Un altro marchio storico che fin dalla sua fondazione traduce un’idea di eleganza senza tempo è Molteni, azienda sorta nel 1934 grazie al genio imprenditoriale di due giovani sposi: Angelo Molteni, legnamé (ovvero falegname) e la moglie Giuseppina, che della nuova impresa teneva i conti. Negli anni Cinquanta, l’azienda conta già 200 dipendenti, scegliendo disegnatori formati alla Scuola del mobile di Cantù, Restando fedele alla qualità, il catalogo di arredi di Molteni si amplia grazie a nuovi macchinari tedeschi che permettono di industrializzare la produzione. La popolarità del marchio è tale che nel 1961 Angelo Molteni è tra i promotori del 1° Salone del Mobile, nel quale si premia il saper fare e la qualità. Disegnano per Molteni De Carli, Mangiarotti (con una celebre linea -la 4D del 1966- di arredi seriali, ma con “finiture di ispirazione artigianale”), Luca Meda, Afra e Tobia Scarpa, Aldo Rossi, Noorda, Sapper, poi Jean Nouvel, con il suo tavolo Less (1994) che nella sua essenzialità minimale fa coniare lo slogan “Less is more”. E ancora Foster, Cerri, Urquiola, cui si affianca Gio Ponti, di cui tra 2009 e 2012 si produce una linea di arredi storici.

Si va affermando lo “stile Molteni”, fatto di qualità, innovazione e ricerca e si costituisce a poco a poco un grande gruppo. Nel 1994 e nel 2011 Molteni&C. ottiene il prestigioso Premio Compasso d’Oro. All’attivo molti progetti, tra cui spiccano i Teatri Carlo Felice di Genova (anni Ottanta, con A. Rossi) e nel 1997, il Gran Teatro La Fenice di Venezia, di cui Molteni cura le parti lignee.

Molteni: ottant’anni in una… gamba

Nel 2015, per celebrare gli 80 anni, nasce il Molteni Museum, con un progetto di Jasper Morrison che, nel vecchio essiccatoio del tranciato, racconta la storia dell’azienda attraverso 48 prodotti-icona. Vi si affianca il Glass Cube, dove Ron Gilad “racconta” i grandi temi attorno a cui ruota la produzione di Molteni (materiali, tecnologia, artigianalità) in un allestimento multimediale molto suggestivo. Ne scaturisce così il cassettone di Gio Ponti che viene letteralmente “spaccato” per mostrarne i segreti e si usa il paradosso del divano sul soffitto mostrare il “non-visto” di un arredo di qualità. Viene persino ricreato un piccolo salotto che con proiezioni 3D dei prodotti dell’azienda, si trasforma continuamente.

Ma non è l’unica sorpresa cui Molteni ha affidato il racconto della propria crescita: Patricia Urquiola ha allestito la promenade architecturale “How you make it”, con tanto di esplosi delle forme, che sono esposti dentro… la gigantesca gamba del tavolo Diamond! In questo simbolico percorso scorrono immagini e racconti di alcuni dei prodotti Molteni, scelti per presentare il significato della Qualità per il marchio: non a caso lo spazio è stato chiamato QallaM, ovvero, Qualità alla Molteni!

E poi c’è la Riva 1920: legno innanzitutto

Il Legno: un materiale vivo, naturale, ma anche una “filosofia”, quella che l’azienda Riva 1920 racconta già a partire dall’involucro in lamelle di larice che riveste l’edificio del Riva Center (2010) che accoglie lo Showroom e il Museo del Legno. Qui in un percorso unico nel suo genere, sono raccolti più di 4000 strumenti storici di lavorazione del legno, raccolti dall’azienda per documentare e raccontare la tradizione canturina della lavorazione di questo materiale.  La visita nello showroom del Riva Center presenta una moltitudine di arredi e opere in legno massello che l’azienda produce: una “cultura del legno” che trapela nei colori e nelle caratteristiche delle varie essenze. Con il Cedro del Libano per esempio è realizzata una serie impressionante di sedute dalle forme giocose e ironiche tra cui lampadine, secchi per il latte, cubi di Lego, chiocciole, e perfino una gigantesca molletta da bucato! L’azienda però utilizza anche legni di reimpiego, scelti non solo per le qualità estetiche o di durezza, ma anche per porre l’attenzione sulla disponibilità non infinita di questo materiale. Per questa ragione ogni acquisto è corredato di una pianta offerta in dono, per poter “risarcire” l’ambiente della perdita subita!

Rientrano in questa serie di legni le Briccole della Laguna di Venezia e il Kauri , un legno millenario, proveniente dalla Nuova Zelanda, con cui De Lucchi realizzò il tavolo Pangea esposto nel Padiglione Zero di Expo 2015. Oggi il tavolo, che simboleggiava quell’unico continente da cui si originarono tutti gli altri (con 80 metri quadrati di superficie!)  è “tornato a casa” e si trova nella Terrazza Pangea Lab, insieme a una imponente xiloteca e a un campionario di materiali naturali, esposti con scopo didattico.

Riva dal 1920

L’azienda, nata a Cantù nel 1920 come piccola bottega artigiana per la produzione di arredi in legno massello, va spandendosi nel dopoguerra grazie anche a Mario Riva, genero del fondatore. Tratto distintivo dell’azienda è l’impiego di legno naturale, ma anche di colle, cere e olii naturali. Un altro elemento fondante dell’azienda è la produzione di arredi con una forte componente scultorea, realizzati con una lavorazione manuale che, trattando il legno come un materiale vivo e sempre diverso, ne valorizza la qualità e la tattilità. In linea con l’utilizzo di legni di recupero e in sintonia con i principi di sostenibilità cui l’azienda si ispira, vengono impiegati anche legni di riforestazione americana.

Tra gli architetti che hanno lavorato per Riva 1920 Matteo Thun, Bellini, Mendini, Baldessari, con la ironica gigantesca Molletta, Zanuso, ma anche Pininfarina, Botta, artefice del coro delle monache nell’Abbazia di Viboldone, prodotto proprio da Riva 1920, Chipperfield, Cerri, Aldo Cibic, Citterio, Lissoni, Mari, Paola Navone e Philippe Starck.

 

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