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La Diga di Gleno, storia di un disastro

25 giugno 2015 •

Disastro diga di Gleno

Il perché della diga

La Diga del Gleno in costruzione

La Diga del Gleno in costruzione

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Sorta con l’intento di sfruttare il torrente Povo per scopi idroelettrici, la Diga del Gleno fu iniziata nel 1917 ad opera della ditta briantea Galeazzo Viganò, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento elettrico al proprio stabilimento cotoniero di Ponte Albiate. Con il suo bacino di quasi quattro milioni di metri cubi, la diga fu progettata dall’ingegner Giuseppe Gmur come diga a gravità, modello ricorrente nelle tante dighe che all’inizio del Novecento, in una fase di grande espansione della rete elettrica del Nord Italia, cominciarono a punteggiare l’arco alpino.

Diga a gravità o diga ad archi multipli?

Secondo il progetto dell’ingegner G. Gmur, la Diga del Gleno doveva essere formata da uno sbarramento possente con uno spessore variabile di 30-40 metri. Lo schema era quello della diga a gravità, costituita da un muraglione a sezione triangolare che oppone resistenza all’acqua del bacino grazie al proprio peso.

Per la costruzione della diga si utilizzarono calce di produzione locale e pietrame e ghiaie cavate a monte del futuro bacino: una soluzione pratica, comune per quell’epoca, che garantiva economia e facilità di trasporto. Nel 1918, con la ripresa dei lavori alla fine della Guerra, si optò per un impianto di dimensioni maggiori che, impiegando anche l’acqua di altri torrenti, garantisse energia elettrica oltre che per gli stabilimenti di famiglia anche per la vendita a terzi.
Si modificò allora il progetto in un impianto ad archi multipli formato da contrafforti che sorreggevano una muraglia ad arco. La spinta potente dell’acqua del bacino veniva così scaricata sui fianchi della montagna.

Nel cantiere del Gleno arrivarono a lavorare fino a 300 persone, reclutate fra pastori e contadini locali, ma anche donne e bambini: un’occasione di lavoro preziosa che tacitò le proteste sulla pericolosità dell’impianto per i paesi sottostanti e sulla perdita dei pascoli estivi della Piana del Gleno.

Ma qualcosa andò storto

Nel 1920, una lettera anonima segnalò alla prefettura di Bergamo l’uso di calcina invece che di cemento, ma inspiegabilmente i campioni prelevati non furono mai analizzati.

Nel frattempo il progetto della diga fu modificato senza autorizzazione, seguendo la tipologia della diga ad archi multipli inclinati: 200 metri di muraglia, in parte curva e in parte rettilinea, alta 29,50 metri. Le nuove arcate si appoggiavano pericolosamente sulle precedenti strutture della diga a gravità, trasformata nelle fondazioni del nuovo impianto. Dalle indagini condotte dopo il disastro non fu rinvenuta traccia di pareri tecnici richiesti per convalidare la modifica sostanziale del progetto. Ma, anche qui, nonostante l’ingiunzione di fermo lavori, la costruzione della diga proseguì secondo il nuovo schema. E proseguì senza autorizzazione…

L’inaugurazione si svolse nell’estate del 1923, sotto un cupo presagio, solo pochi mesi prima del disastro.

1° dicembre 1923, ore 7,15:
l’istante che cambiò il destino

Quel che resta della campana di Bueggio (®Donatella Moro)

Quel che resta della campana di Bueggio (®Donatella Moro)

Alle ore 6,30 del mattino del 1° dicembre 1923, sotto i piedi del guardiano della diga un tremore fu il sinistro segnale dell’imminente disastro. Caddero sassi, si aprì una spaccatura in uno dei piloni: il guardiano riuscì appena a fuggire. Poco meno di un’ora dopo, alle 7,15, un boato sconvolse la valle e una montagna di 6 milioni di metri cubi di acqua spaccò con violenza inaudita il gigantesco sbarramento, puntando su una Bueggio ancora assonnata.

Sei arcate della diga (circa 80 metri di muratura), insieme a rocce, fango e detriti si riversarono a valle, portate da un’enorme massa d’acqua, con una corsa inarrestabile.

Pochi minuti per raggiungere le prime case di Bueggio, situate nel punto in cui la valle cambia la sua pendenza. I frammenti di una delle campane della chiesa e un elenco di nomi sono il cupo ricordo di quegli istanti. Poi gli altri paesi: Dezzo fu sommersa in un quarto d’ora; seguirono Mazzunno, Gorzone, Boario, Corna di Darfo, tragicamente allineati e soprattutto inermi davanti alla rivincita della montagna sull’uomo. Azzone, situata sopra un poggio, scampò alla violenza dell’acqua; Angolo Terme fu miracolosamente risparmiata per lo spontaneo formarsi di un bacino, subito prima dell’abitato. Furono distrutte le Centrali di Povo e di Valbona. Impossibile sfuggire a quella montagna d’acqua che impiegò solo 45 minuti per arrivare al Lago di Iseo, 40 km più a valle.

Il crollo della Diga del Gleno fu una tragedia di proporzioni enormi: 356 morti accertati, anche se la stima ultima fu di 500 vittime. Oggi la Diga del Gleno continua a produrre energia elettrica, rifornendo con un piccolo sbarramento la Centrale di Povo a Vilminore. Una nuova concessione per lo sfruttamento delle acque fu rilasciata nel 1940.

E nella bella valle retrostante, un tempo utilizzata come pascolo estivo, oggi a pascolare sono i turisti e i curiosi.

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UNA MONTAGNA D’ACQUA: LA DIGA DEL GLENO

 

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