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Opere shock alla Fondazione Prada. Se questa è arte…

24 febbraio 2017 •

Che fosse una mostra… d’impatto, era cosa nota. Che la Fondazione Prada ci abbia abituato fin dalla sua apertura a forme d’ “arte” che più che suscitare meraviglia e coinvolgimento estetico fanno pensare, anche. Così come ci aveva attratti il contrasto tra l’ironia di quella Haunted House tutta d’oro e le opere della Bourgeois e di Robert Gober che vi sono esposte, nelle quali, invece dello splendore aureo, si indagano i bui e le ombre generate dalla violazione su donne e bambini. Ambienti da cui si esce con un sottile quanto persistente disagio emotivo a cui neanche con la mediazione di un racconto parlato di chi spiega, si può sfuggire.

Ma la mostra che dallo scorso maggio (2016) è allestita nella Galleria Sud, là dove sono state finora esposte le opere della Collezione Permanente di Prada, risulta davvero difficile da… guardare.

Le opere, anzi, le installazioni, sono in realtà degli assemblages, realizzati con oggetti di vario genere, tecnica propria delle Avanguardie di inizio Novecento, quando già di rottura si parlava: Picasso con il suo toro fatto col manubrio di una bici, Duchamp con lo sgabello con ruota di bicicletta, per arrivare ai panini di Manzoni o all’auto con armi e pani di Vostell, del Padiglione Caritas in Expo.

L’autore qui è un “artista” americano scomparso nel 1994, che lavora con la moglie. Stiamo parlando di Edward e Nancy Kienholz, affermata coppia dell’arte contemporanea, le cui creazioni, dopo un esordio fatto quasi di stenti, oggi valgono milioni di dollari.

Arte della Provocazione, la chiamano. Fatta di eccessi e trasgressione. Qualcuno si spinge oltre, definendola “Arte della Repulsione”.

Eppure, nonostante il valore in dollari, un dubbio viene. Viene se ad aprire la mostra è un flipper luccicante da cui fuoriescono due gambe spalancate di donna a grandezza naturale. Un’evidente provocazione sulla mercificazione del corpo femminile e dei piaceri del sesso come di quelli del gioco, ma…

Viene guardando una Natività che, nel tentativo di smascherare una fede incapace di fornire oggi come un tempo alle domande “alte” dell’uomo una risposta altrettanto “alta”, trasforma Gesù Bambino in una luce lampeggiante da cantiere, davanti a una Madre ridotta a mero contenitore e a un San Giuseppe incorporeo che inforca un cavallo a dondolo. Viene davanti a quel tavolo da Biliardo su cui giocano tre uomini, intenti a “centrare” non la buca, ma, ancora una volta… una donna. E viene anche davanti a quella Cadillac, molto americana, che accoglie, come fosse la stanza degli orrori di un Luna Park, il gotha della politica e della giustizia americana che giudica (appunto) non super partes, ma in preda alla “bestialità” degli istinti.

Ma il clou non sono né il biliardo, né il flipper, né la Cadillac. Il vero sconvolgimento si prova nel Deposito, dove lo spettatore, trasformato in un voyeur, assiste alla luce dei fanali d’auto all’evirazione di un nero, reo di aver consumato un incontro con una donna bianca. L’installazione, datata 1972, dà il titolo alla mostra: Five Car Stud. Il buio improvviso; la sensazione volutamente sgradevole di non aver più sotto i piedi un “confortante” pavimento (le certezze su cui ci muoviamo?); bensì l’incertezza del camminare sulla sabbia (senza vederla); la violenza assoluta e disperante del carnefici; persino il bambino piangente che assiste alla scena per “imparare”: tutto contribuisce allo shock di una violenza gratuita, scomoda da vedere, di crudo realismo (i manichini sono in formato reale) che certamente, come voluto dall’artista, provoca uno shock.

Obbiettivo centrato, non c’è dubbio, ma…

E a pelle ci viene una domanda, probabilmente banale: il nostro tempo non è l’unico nel quale l’uomo ha dato prova della sua duplice natura (per dirla cristianamente), metà divina e angelica, metà diabolica e crudele. Qualche esempio? Ci viene in mente il Massacro degli Innocenti di un seguace di Rubens, esposto in questo momento a Palazzo Reale, con il sangue di un bimbo innocente che macchia la base di una colonna. Ma, senza essere molto originali, ci vengono in mente anche tutte le opere sulla Passione del Cristo di cui le nostre chiese e musei sono zeppe, alcune anche piuttosto crude, con il sangue che cola letteralmente dalle piaghe. Non solo le Crocifissioni, ma ci viene in mente lo squarcio provocato dai chiodi nei piedi del Cristo morto di Mantegna, così sfrontato e visibile, così tremendamente vero, in primissimo piano. L’obbiettivo non era forse di commuoverci? Di farci provare empatia verso la sofferenza, specie se ingiusta e ingiustificabile? Non era quello di togliere il velo dagli occhi che ci fa voltare dall’altra parte e tirar dritto davanti a un’ingiustizia?

Eppure da Brera dove il Mantegna è esposto, come dalla mostra di Rubens si esce con un senso non dell’orrore umano, ma della bellezza che la mano di quello stesso uomo che ha potuto ferire, ha saputo al contrario creare. In una parola, si esce arricchiti… Come si esce dal Deposito della Fondazione Prada?

Si potrebbe rispondere con il commento di una visitatrice che abbiamo per caso ascoltato all’uscita, commento quasi bisbigliato, per paura di essere etichettata come incapace di comprendere il significato della provocazione e con esso l’arte contemporanea che narra senza mezzi termini: “ma che infanzia deve aver avuto questo artista?”.

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