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Milano, storia di una rinascita: viaggio suggestivo (e imprescindibile) nella città

11 febbraio 2017 •

milano rinascita

Poteva essere un excursus fotografico di facile taglio pietistico, con le foto di una Milano devastata dalla guerra. E già sarebbe stato sufficiente, in tempi letteralmente “minati” da bombardamenti come quelli in cui viviamo, a richiamare la nostra attenzione. Invece “Milano. Storia di una rinascita, dal 1943 al 1953“, la mostra allestita fino al 12 febbraio 2017 a Palazzo Morando a Milano, quando parla degli anni di guerra lo fa per raccontare quello che fu quasi un miracolo, parafrasando quasi, implicitamente, il film che guarda caso De Sica sceglierà di ambientare a Milano nel 1952.

Prolungando infatti di qualche anno l’arco cronologico della mostra, da quel 1943 che segnò con quattro bombardamenti devastanti il profilo della città, si raggiunge un’altra data simbolo, il 1953, l’anno in cui con una mostra memorabile dedicata a Picasso, giunge nella semidistrutta Sala delle Cariatidi, quella “fotografia” straziante del bombardamento della cittadina spagnola che è Guernica. Unica volta in cui l’opera giunge in Italia, la grande tela fu prestata da Picasso per intercessione dell’amico Attilio Ferri che lo convinse a testimoniare così la volontà di rinascita, potente e inarrestabile, dei Milanesi.

E’ solo una delle “storie” nelle quali la mostra, curata da Spirale d’Idee, si avventura, scegliendo le foto di Federico Patellani o quelle struggenti e poetiche di Gianfranco Ucelli che narrano la città avvolta nel fumo acre degli incendi e dei crolli con lo sguardo attonito e spaesato dei Milanesi. Lo fa raccontando la città attraverso i suoi simboli: la Basilica di Sant’Ambrogio con l’abside devastato, la chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il Cenacolo salvato per miracolo con i sacchi di sabbia, per merito di quel paladino dei monumenti che fu Gino Chierici; la Ca’ Granda, ridotta a un cumulo di pur vetusti frammenti. Lo fa raccontando della massa bianca del Duomo che, ergendosi pressochè integro sulla massa nera delle macerie fumanti, diviene il punto di riferimento senza il quale, si disse, i Milanesi non avrebbero potuto rinascere. Lo fa mostrando i manifesti sconvolgenti di Boccasile e il frontespizio di un libro eseguito da Sironi, per ricordare il martirio delle 205 vittime del bombardamento sulla scuola di Gorla, 184 dei quali erano bambini.

Ma lo fa raccontando anche della vita quotidiana della città negli anni di guerra, con i vetri oscurati, i fanali delle auto ridotti a fessura, i parafanghi delle auto tinti di bianco per non luccicare, la Madonnina fasciata di stracci per non richiamare i cacciabombardieri inglesi che arrivavano di notte. Lo fa raccontando dei rifugi,delle case di tolleranza, della borsa nera, dei mezzi pubblici paralizzati e delle poche biciclette salvifiche, delle fabbriche come l’Alfa Romeo del Portello e la Breda bombardate perchè declinate alla produzione bellica per il Regime. Lo fa raccontando come, riprendendo anche le teorizzazioni prebelliche di Douhet (1921), a Milano furono bombardati con lucidità non tanto le fabbriche, la cui distruzione non avrebbe permesso la ripresa postbellica, quanto piuttosto case e monumenti, con lo scopo tanto preciso quanto scioccante, di abbattere il morale della popolazione e giungere così ad una rapida resa. Lo fa raccontando di Villa Triste, dove furono perpetrate torture e omicidi dai Fascisti. Lo fa raccontando dei morti di piazzale Loreto: Mussolini, la Petacci e gli altri gerarchi fascisti, ma anche i 15 carcerati di San Vittore che il Fascismo trucidò e lasciò esposti come rappresaglia per un attacco dei Partigiani in viale Abruzzi.

E poi tutto cambia: l’allestimento da nero diviene bianco, la luce torna a illuminare le sale, con una musichetta anni Cinquanta in sottofondo… E’ il discrimine tra la guerra e la rinascita, tra l’orrore e l’orgoglio della ripresa che comincia sul sellino di una Lambretta verde militare, il veicolo nato nel 1947 per volere di Ferdinando Innocenti che negli anni di guerra aveva visto paracadutare dagli Americani questi mezzi veloci e pratici, capaci di spostarsi anche sulle strade disastrate dalle bombe. Fatta con i tubi Innocenti e adatta anche alle donne, arrivava -a Milano!- un anno dopo la mitica Vespa! Nasce da lì il design, fatto più di ingegno nella povertà di mezzi (pensiamo alla Poltrona di Artemide disegnata da Zanuso con gli scarti di lavorazione della Gommapiuma della Pirelli o al portasci di elastici della neonata Kartell) che non di innovazione tecnologica. E proprio da lì il design italiano decollerà in una Milano che si ritagliava così un nome a livello internazionale.

E poi ci sono le foto del Vigorelli che fu teatro di importanti record ciclistici mondiali, con quella sua pista in legno rinnovata dopo la guerra. Fu ribattezzato non a caso la “Scala dello Sport” per emulare nel nome quello che fu il primo grande simbolo della rinascita: il Teatro del Piermarini. Straziata dalle bombe e rapidamente ricostruita, prima di scuole e ospedali, la Scala rinata dimostrava al mondo quello che nessuna bomba avrebbe potuto cancellare: l’arte e l’ingegno del nostro popolo. Per questo fu memorabile il concerto che si svolse l’11 maggio 1946, con la Tebaldi e la direzione dell’acclamato maestro Toscanini che per l’occasione rientrava solennemente dagli Stati Uniti nel tempio della musica.

Ma la rinascita passa anche per il ripristino della Galleria, suggellata da una foto di incredibile forza con un operaio proteso nel vuoto sullo sfondo del Duomo, per l’ultima pennellata di colore. In barba a tutte le norme attuali di sicurezza (sacrosante!), esprime tutto l’azzardo, il coraggio, la fierezza di questa subitanea rinascita della città. Passando per temi più leggeri, come la Lucia Bosè, venditrice di marron glacé notata da Luchino Visconti e vincitrice di quel concorso di Miss Italia che da allora decollerà, si toccano due capisaldi della rinascita: la Fiera di Milano che all’indomani della Liberazione già attraeva un pubblico sterminato di visitatori da tutto il mondo e le nuove costruzioni. Gardella, Magistretti, Bottoni, Ponti, Figini, Pollini: una generazione di importanti architetti raccolse la sfida della ricostruzione ripensando, nel centro cittadino come nelle periferie, l’espansione della città di cui il Monte Stella con il Quartiere QT8 costituiscono il simbolo più immediato. Una collina verde e poetica (nelle intenzioni di Bottoni) al posto di una cava, simbolo di degrado urbano, e un quartiere sperimentale concepito per essere a misura d’uomo.

Infine la conclusione con una finestra sulla cultura di quegli anni: il Museo della Scienza e della Tecnologia che nasce nel 1953 grazie all’industriale Guido Ucelli di Nemi per documentare l’ingegno milanese in campo industriale, nei chiostri recuperati di San Vittore. La Pietà Rondanini, acquistata dal Comune nel 1952 e allestita dai BPR nel Castello: simbolo di una ripresa inarrestabile e a 360°. E poi le tre mostre che consacrarono come sede espositiva Palazzo Reale e la Sala delle Cariatidi rimasta testimonianza della guerra: nel 1951 “Caravaggio e i Caravaggeschi” curata da quel Longhi artefice di una nuova storia dell’arte italiana e punto di partenza per gli studi sul pittore lombardo; nel 1952 “Van Gogh” e, nel 1953 “Picasso“, con il suo Guernica e altre 70 opere prestate dal MOMA. Saranno proprio le immagini del pubblico divertito e finalmente sorridente a mostrare che Milano aveva letteralmente voltato pagina sulla Guerra e i suoi orrori.

 Milano Storia di una rinascita. 1943-1953: dai bombardamenti alla ricostruzione. 

Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6, Milano.

Ultimo giorno per visitare la mostra: domenica 12 febbraio 2017

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