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L’ABBAZIA DI SAN PIETRO AL MONTE A CIVATE: IL CINGHIALE, L’EREMITA E IL FIGLIO DEL RE

11 marzo 2016 •

La leggenda della fondazione

Si sa per certo che il monastero sorse in epoca longobarda, ma che forma avesse o da chi sia stato costruito sono dati avvolti nel mistero. È quindi una leggenda che viene in soccorso, per dare ragione del perché un luogo tanto bello e importante sia sorto in un posto così… sperduto, in cima a un monte.

Adalgiso, il giovane figlio del re longobardo Desiderio, durante una battuta di caccia si fermò a riposare nei boschi del Monte Pedale. Fu allora che scorse nel verde un grosso cinghiale intento a sfamarsi. Messo in fuga dai cani del giovane, l’animale si rifugiò in un piccolo oratorio dove viveva e predicava un religioso di nome Duro. Come per cercare protezione, il cinghiale si accucciò presso l’altare, quando nella chiesetta irruppe Adalgiso, pronto per ucciderlo. Ma qui avvenne il miracolo: il giovane perse all’improvviso la vista e la riacquistò solo con la promessa di erigere in quel luogo una chiesa più ampia e più bella.

Le bianche pietre di un grande centro di fede e cultura

Gli edifici che vi appaiono varcando il grande arcone di accesso al complesso risalgono invece all’XI secolo. A prima vista vi parrà di entrare in una struttura fortificata più che in un monastero, se non fosse per quell’Ora et labora che si legge in cima all’arco e che chiarisce subito la vocazione, a metà fra preghiera e lavoro, dei Benedettini che abitarono il complesso. Del monastero in realtà non rimane più molto, da quando nel 1176, fu demolito poiché la posizione e la sua struttura compatta e ben protetta ne facevano non solo un luogo di culto, ma anche una sorta di fortezza impenetrabile e ben difesa, a servizio del Barbarossa. Gli scavi hanno comunque dimostrato che era addossato alla Basilica, mentre il grande prato intorno, protetto dalle mura, serviva come area coltivata per sfamare i monaci.

Il primo edificio che si incontra è la chiesa di San Benedetto, sorta nei pressi del cimitero, forse come cappella funeraria. Il candore delle pietre l’accomuna alla grande Basilica di San Pietro che, alle sue spalle, si erge in cima a una solenne scalinata. Gli intonaci che originariamente la rivestivano non ci sono più e la pietra chiara a vista ha finito per accentuare l’atmosfera ruvida e mistica dell’edificio, che oggi è tra i maggiori complessi romanici di Lombardia.

Un corridoio anulare abbraccia l’ingresso alla chiesa aprendo, con un giro di bifore, scorci bellissimi sul paesaggio, come se la bellezza dell’opera dell’uomo (l’edificio) fosse in perfetto equilibrio con la meraviglia del Creato. Così almeno doveva apparire al pellegrino che transitava da questo luogo, dopo una lunga camminata tra i boschi. Un dialogo tra uomo e Dio che proseguiva per immagini nei bellissimi affreschi dell’interno, frutto certamente dall’ambiente colto dello scriptorium100Km_Focuson del monastero.

Santi e città: gli affreschi magnifici (e complessi) di San Pietro al Monte

Ad accogliere il viaggiatore è il busto del Cristo che, da sopra la porta della chiesa, offre a San Pietro e a San Paolo rispettivamente le chiavi e il Vangelo (Traditio legis). Questa immagine simbolica, riferita anche alla titolazione della chiesa, indicava come, varcando questa porta, si entrasse a far parte, fisicamente e spiritualmente, del corpo del Salvatore. Oltre la soglia, la chiesa appare in tutta la sua bellezza e colpisce anche per l’originalità di una pianta che, con le due absidi sui lati minori, ricorda le antiche basiliche romane.

Nelle piccole volte di questo spazio d’ingresso (nartece) si concentra la maggior parte degli affreschi della Basilica. Soggetti complessi per noi pellegrini del XXI secolo, ma chiari per l’uomo del Medioevo, che vi leggeva la lotta fra il Bene e il Male100Km_Focuson.

La prima immagine che colpisce è quella della piccola volta d’ingresso: una rappresentazione della Gerusalemme celeste raffigurata come città murata con dodici porte. Al suo interno, il Cristo benedicente fra gli alberi della vita e con ai piedi l’Agnello.

Nella voltina successiva, quattro figure con grandi otri simboleggiano i quattro fiumi del Paradiso Terrestre (Geon, Pison, Tigri, Eufrate), mentre al centro il Cristo è rappresentato come monogramma (Chrismon)100Km_Focuson fra le lettere alfa e omega, simbolo dell’inizio e della fine.

Ma di certo l’immagine più stupefacente è quella che vi appare guardando dal centro della chiesa verso l’ingresso. Davanti a voi l’immagine terrifica di un gigantesco drago rosso a sette teste trafitto dalle lance degli angeli. Si tratta di una scena bellissima tratta dall’Apocalisse, nella quale il male-drago viene sconfitto dal Cristo che trionfa nel tondo centrale. Attorno a lui, schiere di angeli trafiggono la bestia, mentre San Michele alato (a sinistra), colpendo la testa più grande, gli impedisce di divorare il Bambino che la Vergine ha appena partorito. Lo stesso Bimbo che un angelo introduce nel tondo centrale e che si rivelerà essere il Cristo. A destra, sotto le spire del drago, due figure stanno cadendo: sono gli angeli ribelli che precipitano nella rossa palude di fuoco e zolfo, mentre in cima alla scena compare di nuovo l’Agnello in stucco che dà senso a tutta la scena.

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3 Responses to L’ABBAZIA DI SAN PIETRO AL MONTE A CIVATE: IL CINGHIALE, L’EREMITA E IL FIGLIO DEL RE

  1. Davide scrive:

    Da vedere, soprattutto, i capitelli, i bassorilievi e… le teste del drago!

  2. Veronique scrive:

    Abbiamo seguito questo bell’itinerario.
    Decisione dell’ultimo minuto, tanto in poco tempo si arriva e il parcheggio non è un problema (cercate posto in paese più in alto che potete, vicino alla scuola).
    Una bella gita con una passeggiata divertente in mezzo a boschi e campi di fieno che termina al bel monastero, in cima alla montagna.
    Consigliatissimo il crotto che si trova all’inizio del percorso: ideale prenotare prima della salita per rifocillarsi all’arrivo!

  3. MONFORTI FERRARIO GIGI scrive:

    mi piacerebbe molto visitarla ma anche se in buonaq salute ho 91 anni se debbo pe4nsarci un po’

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