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LA VIA FERRATA DEI PICASASS a BAVENO

29 giugno 2017 •

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Una salita al Monte Camoscio per la via attrezzata

Descrizione itinerario     

Di Giuseppe Burlone

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Il Monte Camoscio, 890 m, è una spalla sulla lunga dorsale che dal Mottarone, di 1495 m. scende in direzione NE verso il golfo Borromeo, sulla sponda piemontese del lago Maggiore. È la montagna che sovrasta Baveno, ed è costituita per gran parte di una varietà rara di granito: il rosa Baveno, appunto.

Sui fianchi del monte si aprono numerose cave, che in epoche diverse hanno fornito questo materiale pregiato ai costruttori e agli artisti che lo hanno utilizzato per abbellire dimore e monumenti sparsi in tutta Europa. L’idea di costruire una via ferrata sul Camoscio si è istantaneamente legata al nome di chi, negli anni passati, percorreva quegli stessi sentieri, cenge e passaggi non per diletto, bensì per il lavoro, tecnicamente difficile e fisicamente estenuante del “picasass”.

Dall’itinerario che presentiamo, da quando si comincia a salire lungo la ferrata fino in vetta, la vista che si gode è semplicemente spettacolare. I laghi Maggiore e di Varese, le isole del golfo Borromeo, la sponda lombarda con le cime del Sasso del Ferro, sopra Laveno; e poi, nelle giornate terse, la nuova skyline di Milano… combinate con il colore dorato del granito su cui ci muoviamo formano un insieme davvero magico. Un suggerimento: la via ferrata è esposta ad E, e d’estate può risultare davvero calda. Partite di buon’ora al mattino, oppure aspettate il pomeriggio, in modo di godervi al meglio la salita. Se poi si tratta di una giornata di vento, beh allora la vista vale davvero il viaggio, vi sembrerà di volare sopra un dipinto di Segantini, colori a smalto sul lago e tratti di divisionismo tra i boschi; imperdibile!

Prima della partenza, l’attrezzatura

Un cenno importante sulla modalità per percorrere in modo sicuro questo itinerario. Le vie ferrate vanno affrontate con un’attrezzatura adeguata, composta da imbragatura, doppia longe con dissipatore, casco e guanti. La ferrata dei Picasass è classificata di difficoltà PD, poco difficile, e per questo adatta anche ai neofiti. Se però non vi sentite in grado di gestire il percorso potete chiedere di partecipare alle escursioni che le Guide Alpine, l’unica figura professionale abilitata a farlo, organizzano con regolarità.

Ma adesso partiamo, con uno zainetto per l’attrezzatura ed una bella bottiglia d’acqua. Siamo a Baveno, località Tranquilla, di fronte al pannello con la carta dei sentieri e l’indicazione per la via ferrata: la strada sale ripida alla nostra sinistra. Arrivati alla fine della strada asfaltata ci troviamo in prossimità dell’autostrada, che superiamo dove questa si infila in galleria. Nei primi bivi che incontriamo continuiamo in salita ed in breve siamo di fronte al bacino dell’acquedotto. Da qui voltiamo a destra, e circa dopo 150 m di dislivello troviamo a destra l’indicazione per la via ferrata. A sinistra il sentiero M3 prosegue verso il Monte Camoscio, ed è quello che seguiremo al rientro. Passiamo un breve tratto di bosco di querce rosse, superiamo due vallette che portano un poco d’acqua solo dopo lunghe piogge ed in circa 40/50 minuti siamo alla partenza del tratto attrezzato.

Via, sulla ferrata!

Un pannello posto dal CAI Baveno spiega il regolamento per l’accesso alla ferrata, ed una scultura in granito ricorda gli strumenti di lavoro dei tagliapietre del secolo scorso. Indossati i dispositivi cominciamo a salire, e non appena ci troviamo sopra la volta dei castagni il lago si distende ai nostri piedi. Un primo tratto ripido ci mette subito in sintonia con la necessaria coordinazione: dove ci si trova a dover cambiare il cavo sul quale assicurarsi è opportuno utilizzare anche il gambo degli ancoraggi, oppure, dove presenti, i gradini.

Siamo arrivati ad una prima grande cengia boscosa, che ospita una galleria scavata agli inizi del Novecento per contenere l’esplosivo utilizzato per le “volate” in cava. Proseguendo incontriamo altri tratti ripidi ed una piccola cengia che ospita due querce; osservate le placche sulle quali state salendo, troverete i segni dei vecchi fori che gli scalpellini facevano nella roccia per piantarvi dei pioli di sicura. Noi proseguiamo, un corto tratto ripido porta al “traversino”, un fotogenico passaggio, dove conviene mettere i piedi sulla cengia più bassa, evitando sforzi inutili.

Superato lo spigolo ci attende una sequenza di brevi muri ripidi, alcuni verticali, che conducono ad una cengia boscosa. Siamo al “compressore”, l’unico spiazzo che potesse ospitare il grande compressore d’aria elitrasportato per realizzare i fori nella roccia che ora imprigionano gradini e fittoni.

Al Belvedere, è quasi fatta

Ancora un tratto ripido su un granito dorato e compatto che ci fa sognare di essere scalatori e siamo al Belvedere. Da qui in avanti le difficoltà decrescono, l’itinerario si snoda su una corta crestina e poi sinuosamente percorre placche spoglie e brevi risalti. È quasi fatta, un cartello indica a sinistra il ponte tibetano, evitabile a destra per facile sentiero.  È opportuno passare sul ponte uno alla volta, concentrandosi sui propri piedi, che dovranno seguire il cavo d’acciaio senza scivolare. Al termine del ponte si segue il cavo di sicurezza che in poche decine di metri ci conduce alla croce di vetta. Sedetevi, con calma, a chi una stretta di mano, per chi se lo merita un bacio. Non trattenetevi in cima soltanto in caso di brutto tempo, anzi in questo caso sarebbe bene fare dietro front già alla partenza, considerando che non sono state tracciate vie di fuga che permettono di lasciare l’itinerario senza averlo completato.

Per il rientro ci spostiamo verso NO, con una prima parte di discesa ripida su granito. Il resto del percorso segue il sentiero M3, che in circa 1 ora riporta al bivio già incontrato salendo, ed infine a Baveno. E tutta questa meraviglia, si trova a meno di un’ora di macchina da Milano o un viaggio in treno. Le plus chic consiste nel fermarsi a Stresa, stazione collegata molto bene sulla linea per Domodossola e da Stresa prendere il battello per Baveno. Sono solo pochi minuti di barca, ma danno un sapore del tutto speciale alla nostra piccola avventura. (vedere le indicazioni in “Come arrivare”).

Dopo la montagna, un tuffo!

Siete saliti al Camoscio al sole del mattino? Rinfrescatevi alla spiaggia di Feriolo, proprio in fondo al Golfo Borromeo, oppure visitate il piccolo ma splendido lago di Mergozzo, uno specchio d’acqua adottato dagli sportivi della zona per la sua tranquillità. Qui infatti non si possono condurre imbarcazioni a motore. Per le indicazioni, vedete in “Come arrivare”.

Due curiosità
Dalla cima del Monte Camoscio si gode un’ottima visuale sul primo tratto di val d’Ossola. In direzione N, sul lato sinistro orografico di questa grande valle, si nota una strada che a stretti tornanti sale ad una serie di piccoli spiazzi. Si tratta delle cave di marmo di Candoglia, e la più grande di queste, la Cava Madre, è ancora attiva e fornisce il materiale lapideo che la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano utilizza per le necessarie riparazioni che la nostra splendida cattedrale richiede.

Sempre osservando in questa direzione si nota chiaramente la conformazione seghettata ed aspra della cresta che sovrasta la cava di marmo e prosegue verso N. Secondo i geologi si tratta dell’estremo lembo settentrionale del continente africano, che con il suo lento ed inesorabile movimento contro la placca euroasiatica da’ origine al sollevamento della catena alpina.
La linea di contatto di queste due grandi zolle tettoniche è stata individuata circa 20 km più a N di Baveno, trascorrente da SO a NE, in corrispondenza dell’abitato di Vogogna ed è conosciuta come Linea Insubrica.

 

 

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