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LA SESTO SAN GIOVANNI DEL CAMPARI

28 ottobre 2014 •

Centocinquant’anni e più, di sapori e profumi

Arrivando dalla Stazione FS, lungo via Gramsci, l’elegante torretta di un villino del 1914 è il primo assaggio dell’industria sestese: è la Casa Cotechini, annessa alla locale Fabbrica del ghiaccio. Bellissima con la sua finestra circolare e con le ceramiche variopinte, forse non è sorta qui per un caso, se si considera la vicinanza dell’ex stabilimento della Campari che le sta di fronte.

Una gigantesca costruzione che pare fatta di “Lego” rosso mattone sembra creata dalla fantasia di architetti (M. Botta e G. Marzorati, 2009) rimasti giocosamente un po’ bambini. È così che può sembrare la nuova sede della Campari, quasi un grande giocattolo che futuristicamente giganteggia sulla via, abbracciando la bella fronte del vecchio stabilimento. Centocinquant’anni di storia, o poco più, che la bellissima Galleria Campari racconta in un viaggio nel tempo fatto di oggetti e di immagini, ma anche di suggestioni e di… profumi. Sì, perché con lo stesso slancio verso il futuro che da sempre caratterizza l’azienda, anche l’allestimento di questo insolito museo aziendale punta a stupire.

Grandi tappi del Campari che diventano manopole tra le mani dei visitatori, per vagare a piacere tra gli storici video pubblicitari del marchio; colate di rossa resina che fuoriescono da una gigantesca bottiglia, per ricordare quella “Red passion” che è diventata lo slogan moderno di Campari; o i lampadari in rosso di Ingo Maurer, fatti di bottigliette (ancora piene!) che raccontano lo stretto legame tra Campari e design e perfino la maniglia di un vecchio tram, su cui, con geniale novità, a ogni strattone appariva il logo dell’azienda. Tutto stupisce dentro questa galleria, che più che un museo, sembra una scatola di sorprese, ma senza dubbio la più stravagante è la passeggiata dove, accompagnati dallo scorrere di video vecchi e nuovi, si azionano sensori che emanano il profumo del Campari: come a ribadire che la storia -questa storia- si vede, si ascolta, si assapora. E lo si fa con tutti i sensi.

Dal Bitter a… Eva Mendes!

Tutto cominciò nel 1860, con quel “bitter all’uso d’Hollanda” che il giovane Gaspare Campari elaborò nel retrobottega di un caffè di Novara, mescolando estratti di erbe aromatiche. Due anni dopo, con un piccolo gruzzolo, apriva un locale nel cuore di Milano, a due passi dal Duomo e da lì nella nascente Galleria. Fu proprio in Galleria, nell’appartamento sopra il locale, che vide la luce Davide, figlio di Gaspare e artefice della storia moderna della Campari. Lo stesso committente di una delle tombe più conosciute del Cimitero Monumentale. E mentre la madre, ribattezzata carotulin per la capigliatura fulva e la corporatura minuta, gestiva la cassa, il padre seguitava a miscelare e inventare nuove bevande. Nel 1932 al Bitter, divenuto nel frattempo famoso, si aggiunse il Campari Soda, prima bevanda monodose al mondo, venduta già pronta per essere servita, con la giusta dose di Soda. Per lei, per questo nuovo simbolo dell’azienda, il futurista Fortunato Depero100Km_Focusoncreerà quella indimenticabile bottiglietta troncoconica che diverrà un must del design.

Nel frattempo il rito dell’aperitivo aveva fatto breccia nel cuore dei milanesi: in quel bar di passo100Km_Focusonaperto in Galleria si cospirava, si discuteva d’arte, di politica e di letteratura, si incontravano gli impresari scaligeri Ricordi, e poi Puccini, Turati, Verdi e anche la Duse: tutti attratti dalla novità dell’andar di fretta, ma anche del ritrovarsi.

Con il successo, divenne urgente spostare la produzione dal locale a un nuovo e moderno stabilimento e così, nel 1903, insieme ad altre aziende del suo tempo, Campari si insediò a Sesto, dove si trovavano sorgenti d’acqua utili per la produzione. Il nuovo stabilimento (opera di L. Perrone) era funzionale, con una capiente sala di imbottigliamento, ma era anche elegante, con i decori floreali in ceramica e quell’insegna aggraziata in ferro battuto. Un rapporto con la bellezza e con l’arte che Campari ha mantenuto nel tempo, con le grafiche di M. Dudovich; con L. Cappiello che con il suo Spiritello (1921)100Km_Focuson, creò uno dei più begli esempi di grafica pubblicitaria della storia; con i manifesti degli anni Cinquanta di Nino Nanni che, con lo slogan “Campari. Dopo la terra… gli astri”, immaginava la celebre bottiglietta come uno Sputnik intorno al mondo.

Erano gli anni del boom e Milano si preparava a inaugurare la nuova metropolitana che passava proprio per Sesto. Per l’evento Campari commissionò a B. Munari una nuova immagine: la scritta Campari ripetuta all’infinito su un manifesto da leggere dal metrò in corsa. Se negli anni recenti, l’immagine moderna dell’azienda è stata affidata agli spot televisivi firmati da illustri registi, è soprattutto il calendario a portare fama all’azienda con quella prima woman in red che fu la bellissima Kelly Le Brock, o con gli scatti d’autore di Penelope Cruz o Eva Mendes.

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One Response to LA SESTO SAN GIOVANNI DEL CAMPARI

  1. […] La strana avventura del Bitter. Non tutti sanno che il vecchio stabilimento della Campari nel Comune a Nord di Milano è stato […]

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