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IL MAPP, MUSEO D’ARTE PAOLO PINI DI MILANO

5 luglio 2016 •

L’omino poetico di Andrea Boldrini, Padiglione 7

Un posto da… matti!

Descrizione itinerario  

mappa_mappIl Paolo Pini di Milano è un posto letteralmente “fuori” dal normale. Per questo ci piace!
Era un Ospedale Psichiatrico, ma oggi è un grande giardino nel quale, entrando, ci si sente un po’ sospesi in una dimensione a se stante. Quelli che erano i suoi padiglioni sono infatti diventati sedi di svariati servizi pubblici, ma sono anche un’oasi di pace che interrompe la vita frenetica di Milano.
Tra le tante realtà che abitano questo luogo, il cuore artistico di cui vogliamo raccontarvi è il MAPP, un museo di arte contemporanea nel quale, oltre all’arte, si apprende anche qualcosa sulla vita, sui suoi ghetti e i suoi travagli, ma anche su come quelle barriere si oltrepassano. E in un certo senso, in questo senso, si potrebbe quasi dire che il rinnovato Paolo Pini è un po’… il nostro piccolo “Muro di Berlino”!

La cittadella dei matti: una città nella città

Il Paolo Pini 100km_PEDIA, che degli ospedali psichiatrici milanesi è stato il più importante, fu una vera e propria cittadella.
Siamo nella periferia di Milano, nel quartiere Affori 100km_PEDIA, un tempo fuori dall’abitato che ora appare saturato di case. Un alto muro di cinta, concepito per separare e contenere, anche visivamente, un’umanità variegata e sofferente, al margine in tutti i sensi, la cui visione era difficile da accettare per la comunità dei cosiddetti “sani”. Tanti padiglioni, ordinati in una struttura simmetrica, anticipata da un viale di connessione con la città. Un modello urbanistico comune a molti ospedali sorti fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo, che mirava a dare regolarità a quello che regolare non era.
Da qui passarono a migliaia, spesso dimenticati (celebre il caso di Alda Merini), spesso entrati appunto “sani” e usciti (se uscivano), folli, per trattamenti non proprio terapeutici, come furono gli elettroshock. Solo negli anni Cinquanta furono 100.000 i pazienti internati, affetti da disturbi mentali, ma anche disabili, disadattati, emarginati, alcolisti, tutti vittime di forme di disagio foriere di comportamenti che, come recita la legge del 1904 “Sui manicomi e sugli alienati”, erano ritenute pericolose o “di pubblico scandalo”.
Un “luogo zero dello scambio”, come è stato ribattezzato, per la frattura, l’interruzione dello scambio umano, il dialogo appunto, tra chi era fuori e chi era dentro.

Portare “dentro” per portare “fuori”

Nel 1995, grazie all’intuizione della psichiatra Teresa Melorio e della psicologa Enza Baccei, a quasi vent’anni dalla Legge Basaglia che chiudeva formalmente i manicomi, prese il via al Paolo Pini un progetto ambizioso: rigenerare persone e luoghi attraverso l‘arte. Si trattava di usare un linguaggio che ammetteva codici di espressione spesso fuori dagli schemi, frutto di sensibilità che mal tolleravano certe rigidità della società.

Un progetto terapeutico, prima che artistico che, con la forza dirompente dell’impegno e dell’entusiasmo, a poco a poco ha cambiato gli spazi. E con essi anche il vissuto di sofferenza di questo luogo. Chi vi entrava nel 1995, ne percepiva ancora l’alta muraglia come barriera anche metaforica. Entrandoci, ora che la vegetazione rigogliosa quel muro l’ha inglobato, si percepisce piuttosto la bellezza di un grande giardino. Un luogo vitale, ombreggiato da grandi alberi tra i quali si snodano vialetti che conducono ai vari edifici, alla Chiesa e anche al ristorante, ricavato nell’edificio che ai tempi dell’ospedale serviva da… camera mortuaria: una rinascita in tutti i sensi!

Arte come cura: vivere nell’arte

I primi a sostenere il progetto furono aziende private, come Max Mayer, Maimeri e Assimpredil, che non prestarono denaro, ma colori e squadre di operai e ponteggi. Con essi l’Associazione Arca onlus (in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda) coinvolse alcuni nomi illustri nella Milano dell’arte contemporanea: le Gallerie Seno e Toselli e i galleristi Cannaviello e Mazzotta, che, con la direzione artistica di Marco Meneguzzo cominciarono a coinvolgere gli artisti. Ad essi un duplice ambizioso compito.

Il primo, il più importante, da svolgere con i pazienti per produrre opere a quattro mani, sfruttando il linguaggio dell’arte. Una vera e propria cura che si svolge tuttora in quelle stanze dove un tempo transitavano senza futuro i pazienti, e che adesso sono le Botteghe d’Arte, luoghi in cui depositare pennelli, colori, ma anche idee e vissuti. Spazi fisici ma anche affettivi, divenuti veri crocevia di percorsi umani.

Il secondo compito è fungere da vetrina, da veicolo per restituire il luogo e le persone alla società: fare dell’ex Ospedale Psichiatrico un Museo, colonizzando, letteralmente invadendone, gli spazi, i muri, il giardino, gli interni con le opere d’arte site specific create dagli artisti per il MAPP.

E arte che fa pensare

Ora le opere della Collezione Permanente del Museo sono circa 140, ma il museo è in progress. Ci sono opere in straordinaria sintonia con il luogo, come l’opera fatta da Martin Disler sulla fronte del Padiglione 7 (sede del MAPP) e che somiglia a una sorta di danza macabra. C’è L’uomo che mangia le lucciole per vederci meglio di Pino Deodato o Andrea Boldrini, con il suo omino circondato dalle pecorelle candide di un presepe.

C’è l’Uomo che cade di Kastelic e la figura sottosopra di grande impatto, che è l’autoritratto di Marta Dell’Angelo. C’è l’omino magico di Günter Brus, e c’è l’opera di Tadini, fatta con i mozziconi di sigaretta lasciati dai pazienti nel Padiglione 1 (ingresso all’area), dove si trova anche il mosaico di specchi infranti di Enrico Baj, che riflette l’esterno, come in una percezione osmotica tra dentro e fuori. Ci sono opere centrate sull’ironia, come il grande Fiore fuori di zucca di Stefano Pizzi. O sulla dimensione fantastica, come la magnifica parete blu di Gusmaroli, che ingloba nell’opera anche i muri di quei padiglioni che prima ingabbiavano. C’è chi ha “rotto” per davvero o per finta questi muri, come i volti di Giovannini (Confronti), che spuntano dal rivestimento in piastrelline degli interni. Metafora del ruolo che l’arte ha avuto nella trasformazione di questo luogo. O ancora l’opera di Racheli: aveva due mani che fuoriuscivano da un muro, con il cartello “NON SONO”. Ma nel MAPP non c’è più: qualcuno se l’è portata via! Ci sono poi le opere che fanno pensare, come quelle di Generali, di Buell, la figura senza testa, braccia, gambe di Presicce, quella senza volto della Ballo Charmet e quella quasi fotografica che Davide La Rocca ha collocato sotto una scala. C’è persino la figura di un uomo realizzata da Federico Pietrella usando soltanto un timbro datario, una tecnica tutta sua che potrebbe bene addirsi al simbolo stantio della burocrazia che regolava anche l’ospedale. E poi ci sono le opere di Haghighi, di Spadari, di De Filippi, un murale di Casentini, l’opera macro di Vescovi, le caffettiere di Fernando Leal Audirac.

Un universo di immagini, colori, impressioni che non può non lasciare un segno vivido nella memoria di chi visita questo luogo.

Arte in giardino

E non sorprendetevi se nel giardino, tra gli alberi magnifici, vi capiterà di trovare lo scambio di ruoli tra pazienti e dipendenti ideato da Lucca Taroni (Light Box), o le piccole voliere che Castelli aveva collocato nel giardino, dove un tempo si trovava un’installazione di Giuliano Mauri, fatta di rami di sfalcio. La natura se l’è… ripresa! Si intitolava Camera per riflettere

Se guardate bene, vi capiterà di trovare nel prato perfino una “poltrona” di Chiara Camoni dalle forme vagamente familiari. Oggi l’opera è in parte mutila, ma il senso rimane ugualmente: si intitola Osso Sacro!

Foto per gentile concessione del MAPP – Museo d’Arte Paolo Pini

 

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