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ANCHE MILANO HA LA SUA CERTOSA (DI GAREGNANO)!

19 novembre 2016 •

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Inaspettati angoli di quiete metropolitana

 

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In mezzo al caos dell’Autostrada che la lambisce a Nord, allo sferragliare dei tram che corrono verso Musocco, la Certosa di Garegnano, dove nel 1357 cercò quiete anche Francesco Petrarca, è un angolo di Milano davvero inaspettato, severa all’esterno ed esuberante all’interno e con un ciclo di affreschi che le hanno meritato l’appellativo non casuale di Sistina di Milano. Altri luoghi cittadini potrebbero esser definiti così, ma, tra tutti, questo è quello davvero più sorprendente e per questo vi ci “portiamo”. Mettetevi comodi e ascoltate questa storia.

Tutto cominciò per… procura

Fu per volere dei Visconti che anche Milano ebbe la sua Certosa. Era il 1349 e Giovanni Visconti, oberato dagli impegni che la duplice carica di signore e di arcivescovo di Milano gli richiedeva, volle erigere un luogo di preghiera nel quale si pregasse al posto suo! Da qui discende la scelta dell’Ordine religioso da coinvolgere: quei Certosini 100km_PEDIA fondati da San Brunone dediti alla contemplazione e alla meditazione e pertanto adatti allo… scopo, che giunsero così a Milano dalla Francia con quasi mezzo secolo di anticipo rispetto alla più celebre Certosa pavese.

La vocazione alla semiclausura condizionò la scelta del luogo: a 4 chilometri dalla città di allora, immersa nel fitto Bosco della Merlata. La vicinanza alla strada per Varese e Gallarate e la fama di luogo infestato da briganti influenzarono il progetto del convento, dotato sia di foresteria per accogliere i viandanti e i pellegrini, sia di un fossatello di difesa che girava attorno agli edifici. A far da tramite tra la vita ritirata dei monaci e l’esterno erano i conversi, che abitavano gli spazi più prossimi all’ingresso e curavano gli approvvigionamenti dall’esterno. I Certosini invece abitavano nelle piccole celle strette attorno al chiostro grande che oggi non esiste più.

Immersi nel sacro… un salto indietro nel tempo

Varcare la soglia del primo cortile, quello dell’Elemosina, libera mente e orecchie dai rumori della città. Ma è solo un anticipo rispetto all’effetto che fa l’elegante tappeto in ciottoli bianconeri del cortile successivo, quello d’Onore, su cui prospetta l’elegante facciata della chiesa. Un effetto oltre che di raccoglimento anche di armonia dato dal prolungarsi del motivo di lesene, capitelli e cornici della fronte che si snodano anche sulle pareti della corte. Dal nicchione a destra un arco conduce al Cortile della Foresteria, con una bellissima vista sul tiburio che avvolge la cupola e sui tetti della chiesa. Sulla sinistra, uno stretto passaggio conduce invece a una corte più informe dove recentemente è stato riportato alla luce il muro della costruzione del XIV-XV secolo in mattoni.

La fronte racconta…

Come un vero biglietto da visita, la facciata della chiesa, rifatta tra XVI e XVII secolo, presenta l’Ordine e il convento. Nella ricca ornamentazione che prelude alla stagione barocca, spiccano infatti a partire dal basso le statue di S.Ugo Vescovo e di San Brunone fondatore dell’Ordine, che rifiutò la carica di Vescovo ed è pertanto raffigurato con la mitra posata ai piedi. A lato due busti presentano il committente Giovanni Visconti e il nipote Luchino, mecenate del convento; mentre sopra il portone un bassorilievo raffigura la Maddalena, simbolo della peccatrice redenta, cui i Certosini furono particolarmente devoti. Nel secondo ordine compaiono i vescovi Ambrogio (patrono di Milano) e Carlo Borromeo (munifico riformatore della Diocesi e anche della Certosa). Infine sul timpano e sul coronamento appare la Vergine Assunta, titolare della Chiesa.

…e l’interno incanta

Un manto di colore riveste interamente gli interni della Certosa. Un’unica navata, secondo le direttive della Controriforma, con una volta a botte che agevola l’acustica e quindi l’ascolto della preghiera. Il primo sguardo corre dunque proprio sulla volta dove, nei riquadri geometrici, si dipana la prima lettura del complesso programma iconografico della chiesa: nei medaglioni centrali, partendo dall’ingresso, appaiono Abramo con il figlio Isacco, la Maddalena, simbolo del valore della preghiera che porta alla redenzione dei peccati, il Battista, che annunciò la venuta del Cristo e il Cristo risorto. Tutto conduce lo sguardo verso la Crocifissione che domina nell’abside, culmine architettonico ma anche simbolico della visione del fedele. La precedono i simboli degli Evangelisti, i Profeti, le Sibille e gli angeli con i simboli della Passione. E, come consueto, ai lati di una Croce che si innalza nel cielo scuro del momento del trapasso, sorgono isolate le figure di Maria, di Giovanni e della Maddalena, ai piedi della Croce.

I Magi e i pastori del Peterzano

Ai lati dell’altare maggiore, Simone Peterzano (allievo di Tiziano e maestro di Caravaggio) fu chiamato nel 1578 a dipingere la Natività, momento cardine “necessario” alla Crocifissione. Il clima rigoroso della Controriforma condusse ad ambientare la nascita non in una stalla, bensì in un edificio classicheggiante ridotto in rovina, a simboleggiare che la venuta del Cristo si erge sulle rovine del paganesimo. Nell’Adorazione dei Pastori (a sinistra) il Bimbo irradia luce da un’umile mangiatoia, adagiato su un telo bianco che, alludendo al sudario, ne anticipa la Passione. Attorno alla Sacra Famiglia, si dispone una selva di contadini e pastori (in abiti cinquecenteschi), alcuni dei quali raffigurati con il gozzo, una patologia diffusa a quel tempo, che fu inserita per amplificare l’effetto di coinvolgimento del fedele nell’evento. E accanto a Giuseppe, l’asinello e il bue che nell’iconografia della Chiesa di quel periodo simboleggiavano rispettivamente la fedeltà, e l’inchinarsi al cospetto del Bimbo di una delle divinità simbolo del mondo mediorientale e degli Egizi, il Bue Api.

Nell’Adorazione dei Magi, a destra, è il magnifico e lungo corteo di uomini e animali (anche esotici) a dominare la scena. Sullo sfondo ancora l’edificio della Nascita, con un arco e un tratto di colonna antica. Mentre in primo piano appaiono i tre Magi, il giovane, l’anziano e il moro, vestiti elegantemente, che si inchinano davanti a Gesù. Nei doni deposti ai suoi piedi e nel dettaglio del servitore che slaccia i calzari al Mago moro  con l’orecchino di perla, due piccole nature morte che saranno mirabile esempio per il giovane Caravaggio.

L’affresco ritrovato

Da una porta a destra dell’abside si accede al Capitolo della Chiesa, dove si trovano gli stalli lignei settecenteschi e una decorazione parietale monocroma sulle pareti che narra di martiri certosini. Fu eseguita da Biagio Bellotti intorno alla metà del XVIII secolo. Un recente restauro ha riportato in luce al colmo della volta un frammento della decorazione precedente: un oculo (memore di quello mantegnesco della Camera degli Sposi di Mantova) dove compare San Michele intento a pesare le anime. La critica lo ha attribuito a Bernardo Zenale, riconducendolo alla fine del XV secolo.

San Bruno e i Certosini

Se nell’abside protagonista è il Vangelo, lungo la navata si allineano invece le storie dell’Ordine dei Certosini , a partire dalla prima scena a destra (partendo dall’ingresso) e proseguendo in senso antiorario. Una tonalità violacea pervade l’intero ciclo di affreschi, il colore che nella simbologia liturgica rappresenta la penitenza. Al viola è accostato il bianco delle vesti dei Certosini, colore della purezza che si raggiunge con la preghiera. E’ di colore viola anche la veste di San Bruno che, non ancora monaco, assiste ai funerali dell’amico Raimondo Diocrés, stimato professore della Sorbona, che per ben tre volte risorge, emaciato in viso, per affermare che la sua vita non è stata realmente santa. Lo sconvolgente episodio è ritenuto dalla storiografia all’origine della decisione di Bruno di ritirarsi a vita claustrale. E la resa che il pittore riuscì a dare dell’orrore sul viso dei presenti fu tale che anche Lord Byron ebbe a dire che il Crespi era capace di far parlare i morti!

La storia prosegue nelle due scene successive, con la Visione del vescovo S.Ugo di Grenoble che vede in sogno la fondazione della Grande Chartreuse, e con San Brunone con i compagni, che riceve dal vescovo l’indicazione del luogo sul Monte Certosa ove fondare la prima casa.

Sulla parete opposta (partendo dall’altare) appaiono dapprima i Certosini intenti a erigere la Chartreuse, e poi l’Apparizione della Vergine, con il Bambino e San Pietro, che approva la nuova Regola. L’ultima scena è dedicata all’incontro tra S.Bruno e Ruggero di Calabria, che sorprende il santo in preghiera, mentre è a caccia nel bosco. Sarà lui a donare ai Certosini il terreno per la costruzione della Certosa di Padula nell’entroterra campano. Nella scena appare a destra un servitore che si ritiene sia l’autoritratto di Daniele Crespi: il pittore che nel 1629 realizzò gli affreschi, per espiare, secondo la leggenda, la colpa di un omicidio (data e nome sono leggibili su una pietra a sinistra nella scena). Il ciclo si conclude sulla controfacciata, dove appare il conte Ruggero svegliato da S.Bruno che lo avverte del tradimento ordito ai suoi danni dai parenti. Nel lunettone in alto compaiono infine papa Alessandro III che approva ufficialmente le Consuetudines Certosine e a destra S.Bruno che rinuncia all’arcivescovado di Reggio di Calabria.

Le cappelle laterali: dalle Tentazioni ai Martirii

Due cappelle affiancano la navata all’altezza dell’ingresso, originando una inusuale pianta della chiesa a T rovesciata. Benché erette nel Quattrocento a seguito di donazioni, le due cappelle si presentano oggi con decori più tardi. Da quella di sinistra, si accede a un piccolo vano con un decoro a grottesche seicentesche e monocromi che raffigurano le Tentazioni di S.Antonio. Sul lato opposto della navata (a destra dell’ingresso), si erge invece la cappella interamente affrescata nel 1771 con echi tiepoleschi da Biagio Bellotti e dedicata ai Misteri del Rosario. Da qui si accede a un altro vano che ha sostituito il precedente claustro parvo, dove sono esposti due dipinti cinquecenteschi fiamminghi che raffigurano truci scene di martirio dei Certosini. Il primo è incentrato sul martirio imposto nel 1534 da Enrico VIII d’Inghilterra, per non averlo riconosciuto capo della chiesa di Gran Bretagna. Il secondo è relativo all’uccisione di Certosini perpetrata da Guglielmo I d’Orange nel 1572. Il carattere “istruttivo” delle scene è evidente nella legenda che accompagna le scene.

 

 

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